La crisi demografica che affronta l’Asia è più di una semplice sfida; è diventata una vera e propria emergenza che minaccia il futuro del continente. In questo contesto, Cina e Giappone stanno ricorrendo a strategie innovative e talvolta controverse per cercare di invertire il preoccupante calo dei tassi di natalità.
In Cina, il panorama è particolarmente critico. Dopo sette anni di calo, il tasso di natalità ha registrato un lieve aumento nel 2024, sostenuto da un baby boom post-pandemia e dall’anno del drago, che di solito favorisce le nascite. Tuttavia, la situazione rimane preoccupante con solo 6,77 nascite ogni mille persone, rispetto a 13,83 nel 2014. Inoltre, la popolazione cinese è diminuita per il terzo anno consecutivo, poiché i decessi superano le nascite.
Misure del governo cinese
Di fronte a questa situazione allarmante, il presidente Xi Jinping ha preso l’iniziativa promettendo di aumentare i tassi di natalità. Sono stati implementati incentivi come sconti fiscali per le famiglie con figli, congedi di maternità più lunghi e sussidi per l’abitazione. La politica del figlio unico, in vigore fino al 2015, è stata allentata consentendo a ogni coppia di avere fino a tre figli.
Tuttavia, il governo è andato ancora oltre: è stato riferito che funzionari governativi stanno contattando donne per chiedere se hanno piani di diventare madri e suggerendo esami medici. Vengono anche promossi corsi di educazione sul matrimonio e l’amore nelle università per incentivare la formazione di coppie. Alla fine del 2024, è stato riportato che dipendenti governativi stavano visitando le case per incoraggiare le donne ad avere più figli.
Inoltre, è stata lanciata una intensa campagna mediatica che evidenzia i benefici di essere genitori in Cina, inclusi trattamenti di fertilità e supporto finanziario. Come parte di queste iniziative, il governo ha vietato l’adozione di bambini cinesi da parte di famiglie straniere, cercando così di conservare ogni possibile nuova vita all’interno del paese.
Giappone e la sua lotta contro la crisi demografica
La situazione non è molto diversa in Giappone. Anche il paese affronta un preoccupante calo dei tassi di natalità, con solo 1,2 parti per donna nel 2023, ben al di sotto della soglia di sostituzione di 2,1. La popolazione, che attualmente si aggira intorno ai 125 milioni, potrebbe scendere a 87 milioni nel 2070, il che rappresenta una diminuzione di oltre il 30%.
Una delle principali barriere per aumentare la natalità in Giappone è la cultura lavorativa rigorosa, che lascia poco spazio per la vita familiare. In risposta, il Governo Metropolitano di Tokyo ha deciso di implementare una settimana lavorativa di quattro giorni per i suoi dipendenti a partire da aprile 2025. Questo cambiamento mira a fornire più tempo libero ai lavoratori affinché possano formare famiglie.
Inoltre, è stata introdotta una “licenza parziale per la cura dei bambini” che consente ai genitori di ridurre il proprio orario lavorativo fino a due ore al giorno, a condizione che accettino un adeguamento proporzionale del loro stipendio. In questo modo, si spera che le donne possano bilanciare meglio la loro carriera e la vita familiare.
Un’altra misura poco convenzionale è il lancio di un’app di incontri orientata alla formazione di coppie serie, con requisiti di iscrizione rigorosi per garantire che i partecipanti cerchino un impegno reale. Inoltre, saranno offerti incentivi finanziari a donne single che decidano di trasferirsi da aree urbane a rurali per sposarsi, al fine di ripopolare il campo e alleviare la sovrappopolazione delle grandi città.
E nel caso in cui queste strategie non funzionino, il Giappone ha già un piano B: coinvolgere gli anziani nella forza lavoro. Con oltre 9 milioni di giapponesi di età superiore ai 65 anni che sono tornati a lavorare dopo la pensione, questo segmento rappresenta il 13,5% della forza lavoro del paese.
